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domenica 16 marzo 2008

Il Novecento è finito

Fonte: Area - Marzo 2008
(di Marcello De Angelis)

Cosa ci dicono la catastrofe del Festival di Sanremo e il fatto che tutti i partiti che parteciperanno alle prossime elezioni sono formazioni radicalmente “nuove” per prospettiva e origine? Ci dicono che il Novecento è finito.

Ci dicono che, come nel caso del regime sovietico, quando una cosa non si riesce a cambiarla ne fa comunque giustizia il tempo. Le star, come i tiranni e i santi, ad un certo punto muoiono e così le caste, le ideologie e persino le religioni, anche se hanno vite più lunghe. Tutto scorre, lasciando il passo a qualcos’altro. E se il flusso si interrompe, la marea monta e sfonda gli argini, spazza via tutto e poi torna al suo posto e bisogna ricostruire tutto da capo.
Nella nostra società c’è un tale sistema di compensazione che l’equilibrio sembra non saltare mai. Si diventa più poveri, ma non così poveri e in così tanti da giustificare una rivolta. Le classi dirigenti perdono legittimità, ma riescono ad essere così caratteristiche delle espressioni più negativamente diffuse dei popoli che le originano, che alla fine nessuno è veramente motivato a levarsele di dosso.
E in fondo Pippo Baudo e la Carrà ce li siamo meritati fino ad oggi. Daltronde, l’idea di sostituirli non ha fatto che generare degli affiancamenti, che siano i Chiambretti o i Nanni Moretti. In Italia non si butta niente, magari si aggiunge e si accumula. Succede la stessa cosa nelle città, nella politica o nella cultura: privi di una reale volontà o capacità di cambiamento aspettiamo che a rinnovare il nostro mondo ci pensi il buon Dio, chiamando a sé chi ha fatto il suo tempo o mandando un terremoto. Ma anche in quei casi non riesce davvero a scuoterci: laddove in qualsiasi altro posto si spalano le macerie e si costruisce una città nuova, noi ci costruiamo sopra o accanto o magari non costruiamo affatto e teniamo la gente in “comodi” container in attesa della prossima alluvione. E anche nel mondo dello spettacolo, se proprio i beniamini di sempre non reggono più il ritmo, ci mettiamo i figli, le mogli o i nipoti.
Questa volta però, lo dico a malincuore, pare proprio che il secolo sia giunto a conclusione. Con dieci anni di ritardo rispetto alla scadenza naturale e dieci in più rispetto all’evento che ne avrebbe annunciato la fine (la sempre citata caduta del Muro di Berlino...), ma comunque la fine è arrivata. Ci mancherà il Novecento, con le sue grandi narrazioni, il sogno dell’uomo nuovo, la certezza nel sol dell’avvenire e nel progresso che non avrà mai fine, con i suoi film sempre uguali con gli americani che salvano il mondo dai nazisti di tutte le epoche e addirittura di altri pianeti e il festival della canzonetta italiana, che serviva più che altro a farci digerire l’immagine che all’estero ci avevano imposto, quella dell’italiano che è felice quando ha dell’amore e del vino e, a completamento del quadro, l’immancabile mandolino.
L’Italia della Cinquecento e delle mamme grasse, l’Italia baciapile ma libertina, l’Italia dei “quando c’era Lui i treni arrivavano in orario” e degli “addavenì Baffone”, di Peppone e Don Camillo e poi delle stragi mai svelate, dei colpi di Stato da operetta e ancora delle Brigate rosse e dell’uccidere un fascista non è reato... E chi più ne ha più ne metta.
Casini, più Pezzotta, più - se mai ci stesse - Mastella, non saranno mai la Dc e la Sinistra arcobaleno - pur riassumendone tutti i difetti - non sarà mai il Pci. Sono e saranno due formazioni ai margini, loro sì veramente nostalgici di un tempo che non può tornare. Il compromesso storico, sterile amplesso degli anni Settanta, ha partorito il suo mostriciattolo: il Pd di Veltroni, comunista inutile e democristiano senza Dio.
Difficile sapere cosa verrà domani, perché domani non può essere oggi, ma c’è la certezza di quello che è stato ieri e che quindi è andato via e non potrà tornare: la destra perseguitata, marginalizzata e uccisa non ci sarà più. E non tornerà tale nemmeno per creazione artificiale di compagnie teatrali avvezze a organizzare eventi in discoteca e adattare al gusto corrente corpi e abbigliamento. Le mode passano, anche quelle che rispolverano il vintage. Una ragazzina che si veste “anni Settanta” non sarà mai una vera hippy, ma solo una sciacquetta travestita. E figuriamoci quando questi travestimenti investono la politica, con dissacrazioni che vanno ben oltre le magliette con le facce degli idoli di tempi andati.
Il Novecento è finito ed è forse tempo di seppellirlo con tutti gli onori che spettano ai cari estinti, quelli che hanno contato tanto nella nostra vita ma che il tempo si è portato via e che è meglio restino chiusi nel nostro prezioso ricordo che lasciati in pasto agli sciacalli.
Mi sono spesso chiesto quanto possano aver fatto schifo ad un pittore futurista quelli che, trentanni dopo, impastrocchiando delle croste, si presentavano al pubblico come eredi del suo movimento o come addirittura suoi “rinnovatori”. Ora lo so.
Il Novecento è finito. Forse ci mancherà, perché nel Novecento eravamo giovani e avevamo tutti i denti e tutti i capelli, avevamo meno responsabilità e potevamo permetterci di essere incoscienti.
Ma ora comincia il Terzo millennio e comincia per davvero. Se sarà meglio o peggio non sarà colpa di altri, ma di ognuno di noi. Diventare adulto - figlio mio - significa assumersi personalmente il carico di redimere il mondo...

mercoledì 6 febbraio 2008

Alle armi, cittadini... (di Marcello De Angelis)

Alle armi, cittadini...
(di Marcello De Angelis)




Elezioni sì, no, forse. Per noi, è scontato, elezioni subito. Per loro: “finché c’è vita c’è speranza”. Sircana, portavoce del governo uscente, assicura che l’esigenza del centrosinistra di allontanare l’inevitabile ritorno di un governo di centrodestra non ha nulla a che fare con la valanga di nomine di top manager e dirigenti delle aziende pubbliche previste in primavera. Difficile crederlo, perché per Prodi piazzare quelle centinaia di uomini fidati ai vertici dell’amministrazione sarebbe l’ennesimo strumento per tenere in ostaggio l’Italia, anche con un governo a lui estraneo.
I sondaggi non sono uno strumento indispensabile della politica, se non altro per la volatilità dei loro risultati; l’umore del pubblico è condizionato da così tanti e variabili elementi che i sondaggi andrebbero replicati quotidianamente. Cionondimeno la tendenza che tutti registrano, e che permane inesorabilmente, assegna ad una coalizione di centrodestra la certezza di una vittoria elettorale con ampio margine. Chi fa appello ad un governo a tempo sostenendo l’inevitabilità di una riforma elettorale perché le regole vigenti non darebbero garanzie di stabilità, mente. Con questa legge il centrodestra avrebbe una schiacciante maggioranza alla Camera e notevoli margini al Senato. L’ingovernabilità che si paventa, insomma, è che non governerebbero loro. Sui collegi esteri il problema fu la frammentazione del centrodestra in più liste. Basta andare uniti e vinciamo anche lì.
Per ora i problemi veri sono tutti nel centrosinistra. La crisi è stata interna, la coalizione è implosa. E non è neppure vero che l’elemento critico sia stato il solo Mastella. Già da tempo si percepiva che la duplicità tra Prodi e Veltroni sarebbe esplosa in una conflittualità aperta. Come nelle migliori tradizioni bizantine, il conflitto è stato realizzato per interposta persona. Prodi non ha attaccato Veltroni, ma quest’ultimo ha annunciato che il Partito democratico, con lui alla guida, poteva “andare da solo” ed è toccato ai prodiani di sinistra e di centro (da Rifondazione a Di Pietro) rispondere che erano disposti ad andare avanti con Romano, ma non con l’arrogante Walter.
Una nuova legge elettorale serve dunque a rideterminare le regole “interne” del centrosinistra, quello sì ormai ingovernabile con la legge esistente, e ristabilire i rapporti i forza.
Cosa faranno i personaggi e i partiti che hanno tolto il sostegno al governo Prodi in Parlamento? Cosa faranno i seguaci di Dini? Cosa farà Mastella? Una cosa è certa: la strada del ritorno è sbarrata. Una ipotesi di “centralismo” con questa legge elettorale è irrealizabile: o si sta da una parte o dall’altra.
Per ora, a livello locale, le alleanze reggono. Nel Consiglio regionale campano, dove la guerra tra Bassolino e la famiglia Mastella ha avuto inizio, i consiglieri dell’Udeur hanno rinunciato all’occasione di votare la sfiducia al presidente che ha fatto il delatore contro la moglie del loro capo. Hanno lasciato l’aula e mantenuto in vita la giunta. Lo stesso avviene in quasi tutte le amministrazioni locali di centrosinistra, dove mastelliani e diniani siedono ancora fianco a fianco con dipietristi e comunisti. Mantenere in sella le giunte significa, anche per loro, non perdere assessorati e posizioni strategiche che garantiscono rendite di posizione, clientele e consenso; perché privarsene?
Ma se la manovra preservatrice di Napolitano dovesse fallire e si andasse alle urne, anche queste commistioni vacillerebbero. Gli uscenti dell’Udeur, come gli amici di Dini, in caso di elezioni nazionali dovranno posizionarsi, e molto probabilmente sceglieranno la parte che gli offre maggiore accoglienza e con maggiori possibilità di successo. A quel punto non è verosimile che possano mantenersi in piedi le amministrazioni dove queste forze fanno la differenza, il che significherebbe un collasso globale del sistema di governo locale del centrosinistra con commissariamenti in ogni Comune e Provincia ed elezioni anticipate dove sia impossibile commissariare. Lo spettro del voto anticipato grava anche sulle Regioni. In Sicilia, ovviamente, le dimissioni di Cuffaro imporranno di andare alle urne quasi contemporaneamente alle eventuali Politiche, il che rappresenterà un dato molto importante.
Avere chiaro in mente questo scenario aiuterà ognuno a prepararsi per quello che verrà e soprattutto a far comprendere sul proprio territorio, a chi è troppo miope per vederlo, che anche a livello locale le scelte di campo non resteranno improcrastinabili per molto tempo ancora.
Comunque sia, qualunque tentativo facciano i potentati, questa fase è conclusa e qualsiasi soluzione che non siano elezioni immediate non rappresenterà che un prolungamento dell’agonia della nazione senza alcuna possibilità per il centrosinistra di riconquistare consensi. Questa volta, cambiare cavallo in corsa come fecero nel ’96 sacrificando Prodi a favore di D’Alema, non funzionerà. Anche se questi erano i piani, da noi già da tempo svelati, di Veltroni e degli altri ex-Pci.
La campagna elettorale è dunque riaperta e sarà permanente. Nessuno stia con le mani in mano. La “rivoluzione italiana”, che sognammo nel ’94 e che ci è sempre sfuggita di mano, è di nuovo a portata.
E quanto mai necessaria…


FONTE: Rivista Mensile AREA - febbraio 2008

domenica 6 gennaio 2008

Sinistra e Destra pari sono? (di Marcello De Angelis)

Sinistra e Destra pari sono? (di Marcello De Angelis)





Tirare giù un editoriale facendo la recensione di un libro non è una prova di grande giornalismo. Ma capita, abbastanza spesso per chi legge più di quanto scriva, di incontrare un libro che stimoli ad una riflessione o anche semplicemente sia un utile strumento di consultazione. Marco Revelli non è tra i miei autori preferiti e non considero i suoi libri indispensabili; Sinistra/Destra, l’identità smarrita, edito da Laterza è stato però una piacevole e utile scoperta, di cui mi sento di consigliare la lettura. È un saggio di duecento pagine, ma io l’ho letto in una sola notte insonne. Quindi non si tratta di una lettura complicata, altrimenti non ne sarei stato in grado.


Revelli è un professore di scienze politiche, cosa che, per chi ama Schopenhauer, sta a un politico come un professore di filosofia sta a un filosofo e, secondo alcuni, un economista a un operatore finanziario. Il professore di filosofia studia, o più spesso fa l’autopsia del pensiero che era vivo e pulsante quando il filosofo lo pensò e che finisce dissanguato e appiattito tra la carta e l’inchiostro. Se l’economista fosse così esperto come appare, dicono in Borsa, sarebbe un miliardario, invece scrive articoli. Il politologo analizza perché la politica vada di qui piuttosto che di lì, ma non sa o non vuole far nulla perché vada così o altrimenti e generalmente te la racconta dopo.


Come tutti sanno - perché l’ho ripetuto così spesso da venire a noia anche a me stesso - io non amo le citazioni, né chi ne infarcisce i propri discorsi e i propri scritti. Per gli accademici però è un duro e tirannico obbligo, perché essi ritengono che se non citassero continuamente le fonti rendendo credibile ciò che scrivono grazie all’autorevolezza di chi l’ha scritto prima di loro, qualcuno potrebbe non prenderli sufficientemente sul serio.

Io invece dico che Revelli scrive bene anche se ogni suo pensiero sembra dover essere confermato da Marx, Caron, Lefranc, Buber o più spesso Bobbio e Galante Garrone. Ha scritto vari saggi su destra e sinistra e da un po’ si interroga su dove vadano a finire le categorie della politica in quest’era di grandi cambiamenti. Come esplicita il titolo, quest’ultimo saggio è proprio una riflessione su questo tema. Purtroppo si tratta di solito di riflessioni sulla destra e la sinistra che vengono da una scuola, quella di Bobbio, in cui l’essere di sinistra sta all’essere di destra come la natura angelica sta a quella del bruto (e anche di un bruto che non si lava e ha tendenze sadiche) quindi si percepiscono spesso alcune forzature nel definire le categorie. Ma Revelli è un valido studioso, versatile e di grande erudizione, quindi riempie le pagine di interessanti nozioni dove tanti altri mettono invece avverbi, aggettivi e parole in inglese per far vedere quanto hanno viaggiato (almeno con la mente).


Ne esce una gita semantica tra i termini destra e sinistra che spazia dall’antropologia culturale allo studio delle religioni, alla storia dell'arte e alla psichiatria. Ci si può divertire a cercare di collocarsi tra gli assi cartesiani di Zagdoun, per vedere se siamo paranoici o depressi di destra e di sinistra, cioè se aderiamo più al tema paranoico virile (destra autoritaria e estrema) o a quello del depresso generoso (destra moderata o liberale) oppure paranoico seduttore o depresso fedele (per la sinistra estrema o libertaria e sociale). Finiti però i divertissement e le “curiosità” filosofiche, si finisce con delle analisi sociopolitiche molto attuali e pregnanti sui grandi cambiamenti imposti dalla globalizzazione e dalla pervasività mediatica che, alterando perfino la percezione ordinaria e ordinata dello spazio e del tempo, mettono ancor più in confusione i luoghi e i nomi della politica.


Le conclusioni sono interessanti, seppur tuttavia io non le condivida. Ma questo è dovuto al fatto che le letture rigide della destra e della sinistra che fanno parte del bagaglio delle “certezze che si van perdendo” di Revelli, non sono le mie. Revelli ritiene che le grandi distanze tra ricchi e poveri siano di destra, io penso siano semplicemente ingiuste. Revelli crede che abbreviare queste distanze sia di sinistra, io credo che in Italia, per la prima volta, l’abbia fatto il Fascismo. Revelli ritiene che il Fascismo fosse di destra, molti uomini di destra pensano di no e io credo che si ponesse fuori dalle categorie di destra e sinistra.
Revelli assegna la religiosità alla destra e la ribellione alle tradizioni alla sinistra, ma questo crea dei problemi su laicità e laicismo che a mio avviso appartengono, almeno oggi, l’una alla destra e il secondo alla sinistra.


C’è poi l’antinomia conservazione/progresso che porta alla dinamica rivoluzione/reazione; antinomie capovolte: la prima destra/sinistra e la seconda, per risposta, sinistra/destra. Ma oggi le forze della conservazione stanno tutte nel centrosinistra, mentre la rivoluzione ha provato a farla nel 1994 il centrodestra, provocando la reazione di chi, politicamente ed economicamente, aveva delle rendite di posizione da difendere.


Già in passato Revelli aveva cercato di affrontare questo cortocircuito che vedeva, a suo avviso, contrapposte due destre, una tecnocratica e confindustriale e una populista e particolarista. Denunciando la subalternità della maggioranza della sinistra politica e sindacale alla “destra tecnocratica”, invocava la nascita di una nuova “sinistra sociale” ancora inesistente.

Il mondo di Revelli, insomma, è un mondo dove c’è destra ovunque e la sinistra è sparita. Il che, per un uomo di sinistra, dev’essere un bell’incubo. A meno che le sue categorie non siano un poco forzate, nel qual caso anche per lui c’è una speranza di un mondo migliore. Che magari costruiremo noi. Da destra.


Fonte: Area - Gennaio 2008

mercoledì 19 dicembre 2007

Pace in Terra. Uomini di buona volontà cercansi.

di Marcello De Angelis

Fonte: Area - Dicembre 2007







Il 29 novembre si è svolta la giornata di solidarietà con il popolo palestinese, sancita dall’Onu e celebrata in molti Paesi del mondo con manifestazioni e conferenze. Ma gli occhi di tutti gli osservatori sono stati puntati sulla conferenza di pace in Medio Oriente convocata nel Maryland da George Bush, che sperava di portare al pubblico un risultato importante proprio in concomitanza con il giorno della solidarietà, che in molti Paesi si sarebbe trasformato in una mobilitazione contro Israele e gli Usa.
Le speranze di Bush sono state frustrate dal mancato accordo tra i rappresentanti di Israele e Palestina su un documento congiunto che rappresenterebbe una nuova road-map per affrontare i problemi più difficili, quali la definizione dei confini di uno Stato palestinese, lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi palestinesi. A Bush e a Condoleeza Rice questo risultato era molto necessario per concludere il mandato, che scade nel 2008, con un risultato positivo che avesse una portata storica. Convocare una conferenza di pace negli Usa è sempre un buon colpo per le amministrazioni americane: serve innanzitutto per dimostrare di avere un “potere di convocazione” e inoltre che nessun vero contenzioso si possa risolvere senza la supervisione degli Usa. Purtroppo, nel caso del conflitto israelo-palestinese, i risultati degli accordi siglati dinanzi a un presidente statunitense hanno spesso avuto vita breve. In questo caso poi, non è detto che l’iniziativa sia pagante per l’immagine di Bush. I due attuali presidenti delle nazioni contendenti, Ehud Olmert e Abu Mazen, sono dei politici appannati e in declino. La credibilità di Olmert nel proprio Paese è minima. La maggior parte degli israeliani lo considera responsabile del fallimento dell’attacco al Libano e della mancata vittoria contro le milizie di Hezbollah e non gli perdona gli scandali sessuali. Abu Mazen, agli occhi di tutti, è un presidente dimezzato, che ha perso il controllo di una parte importante del suo territorio, ora nelle mani di Hamas, e che è tornato al potere solo grazie al sostegno americano e al placet di Israele. Gli accordi storici, quelli che hanno determinato un qualsiasi miglioramento in un conflitto che razionalmente non sembra avere possibilità di soluzione, sono stati garantiti da uomini di grande rilevanza storica e politica. Olmert e Abu Mazen non potranno mai valere come un Rabin o un Arafat e il solo tentativo mediatico di sostituire le loro figure a quelle dei loro predecessori nel presepe delle peace-talk, può solo fare danno.
Questo incontro serviva a tutti gli attori coinvolti: Bush deve cercare di uscire di scena con qualcosa di più che una interminabile guerra in Iraq, la Rice vede la sua figura fortemente danneggiata dai risultati non conseguiti dalla diplomazia statunitense e i due presidenti hanno una credibilità bassissima. È anche per questo che si è ritenuto necessario fornire l’evento anche di un pubblico adeguato, con la presenza di 50 delegazioni di osservatori, tra i quali la presenza dei siriani e l’assenza degli iraniani sono altrettanti precisi segnali. Lo scetticismo sul risultato di questa conferenza di pace è perciò molto diffuso, anche tra gli osservatori americani, che hanno preso l’abitudine di diffidare dei frettolosi annunci di “missioni compiute” da parte di Bush. C’è poi il fatto non indifferente che questo tipo di colpi mediatici vengono da noi giudicati solo in base alle reazioni dei media occidentali, vivendo nella totale ignoranza di quali siano le letture che vengono date all’iniziativa dagli altri tre quarti del mondo della comunicazione. Per tutto il mondo musulmano, ad esempio, totalmente convinto che da Bush non possa venire nulla di buono e che l’America sia né equidistante né super partes in merito alla questione mediorientale, il solo fatto che l’incontro avvenga sotto l’egida degli Usa desta diffidenza nelle intenzioni e sfiducia nel risultato. I tempi delle speranze di Camp David sono ormai lontani e alla possibilità degli americani di garantire per gli israeliani non crede più nessuno. Né Abu Mazen può realmente farsi garante del rispetto di eventuali accordi di cessate il fuoco; e l’idea israelo-americana di poter isolare Hamas a Gaza per poterla liquidare militarmente è la classica soluzione da videogioco che non sempre ha possibilità di riuscita nella vita reale. Inoltre, con un governo dell’Anp così poco legittimato, una guerra di sterminio a Gaza non si sa quali reazioni provocherebbe nell’intero mondo musulmano. Chi pensa che Hezbollah e Hamas siano solo semplici filiazioni iraniane non conosce la realtà.
Noi, in conclusione, da sempre sogniamo la fine della guerra in Terra Santa. Vorremmo che non ci fossero più stragi né massacri e vorremmo che la sofferenza lasciasse il posto alla speranza. Vorremmo la liberazione dei dodicimila prigionieri palestinesi e l’abbattimento di mura e recinzioni di filo spinato e vorremmo che gli israeliani dimenticassero la paura. Ma soprattutto riteniamo che senza pace in Medio Oriente non ci possa essere sicurezza nel Mediterraneo e che senza queste condizioni l’unione euromediterranea che Sarkozy viene a riproporre e che ha raccolto l’entusiasmo persino di un uomo fisiologicamente impossibilitato a entusiasmarsi come Romano Prodi, sia impossibile da realizzare. E un Mediterraneo crocevia di scambi culturali e commerciali è la conditio sine qua non perché l’Italia esca dalla crisi e ritorni a contare.

Per questo avremmo preferito vedere i due portavoce di Israele e Palestina stringersi la mano dinanzi ai rappresentanti dell’Europa e vorremmo soprattutto che ci fosse un’Europa forte e coesa che potesse farsi garante, come non possono fare gli americani, di una reale condivisione degli sforzi perché la pace sia durevole. L’Europa e l’Italia di questa pace non possono fare a meno e finché non si realizzerà saranno costrette a crescere a passo ridotto.

lunedì 5 novembre 2007

L'antipolitica? Tutta una bufala (di Marcello De Angelis)

di Marcello De Angelis

AREA - Mensile della Destra Sociale - Ottobre 2007
Fonte:
www.area-online.it

Solo un paio di mesi fa, ognuno era pronto a scommettere che la politica parlamentare fosse giunta alla fine. L’onda dell’antipolitica avanzava senza che nulla sembrasse poterla arginare. Dai blog alla prova di forza in piazza, con Grillo che arringava una folla di decine di migliaia. Poi, d’improvviso, la risacca. A ritmo sempre più frenetico la politica - quella sindacale e giovanile e poi quella parlamentare - ha ripreso possesso della piazza (e quindi delle prime pagine dei giornali) con numeri tali da ricondurre la mobilitazione antipolitica da “fenomeno” a “sintomo”. Lo stesso termine antipolitica, non so da chi coniato, era piuttosto inappropriato. L’antipolitica può essere il disinteresse per la politica, il qualunquismo che porta al rigetto del “tanto sono tutti uguali”, il riflusso nell’individualismo, ma certo non una mobilitazione di centinaia di migliaia di persone.
Il fenomeno per altro non è nuovo e il suo nome appropriato è antiparlamentarismo. Ogni qualvolta - e nelle democrazie accade a intervalli regolari - il parlamento si chiude su se stesso e porzioni importanti di popolazione non si sentono istituzionalmente rappresentate, si affacciano e spesso si affermano forze nuove che tentano di farsi largo tra le maglie del panorama partitico facendo leva sull’antiparlamentarismo.

Da noi l’esempio più recente è quello della Lega Nord. Gli ingredienti retorici e formali sono sempre gli stessi e si concretizzano in un attacco verso tutti i partiti, accusati di non rappresentare più gli interessi dei cittadini ma solo i propri. Se l’operazione funziona, solitamente il movimento antiparlamentare viene riassorbito nell’ambito del parlamentarismo e modera nel tempo i toni della propria arringa portando anche, a volte e nel migliore dei casi, un minimo di reale rinnovamento nelle istituzioni. Nei casi peggiori, porta solo in Parlamento degli aspiranti parlamentari che non trovavano collocazione nei partiti “tradizionali”.

La crisi di credibilità e di legittimità delle rappresentanze parlamentari è periodica e fisiologica e forse è bene che sia così, perché il Parlamento, come qualunque istituzione politica, tende naturalmente a preservare i propri assetti, e quindi una periodica ondata di contestazione è uno stimolo salutare a fare autocritica e a imporsi dei cambiamenti. Il sociologo svizzero naturalizzato italiano Robert Michels lo asseriva già negli anni Venti. Nella sua sociologia del partito politico Michels affermava, senza ideologismi, che il Parlamento è inevitabilmente il luogo naturale in cui le burocrazie dei partiti si accordano costituendo di fatto un’oligarchia. La sua critica “funzionale” del Parlamento non riconosceva alcuna differenza di valore tra un partito e l’altro dimostrando, a suo avviso con metodo scientifico, che la democrazia parlamentare non consente per sua natura di sfuggire all’inevitabile «legge ferrea dell’oligarchia» perché «chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia».

Come si vede, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, nel loro bestseller La casta, non si sono inventati niente. Semmai hanno trivializzato e banalizzato un discorso che ha portato altri prima di loro ad analizzare scientificamente dei meccanismi, facendo appello ad una istintiva e diffusa invidia sociale per creare un caso letterario. Spostando l’attenzione sul privilegio di un taglio di capelli gratuito o sul prezzario della mensa di Palazzo Madama, hanno allontanato ulteriormente i cittadini dall’analisi critica dei meccanismi della democrazia, macchiandosi del peggior vizio dei democratici e cioè la demagogia, che per i greci era la pratica di “educare il popolo” e nella democrazia moderna equivale invece a prenderlo per i fondelli.
Nelle democrazie parlamentari, in conclusione, o si fa parte del Parlamento o se ne sta fuori. E se si sta fuori si hanno solo due opzioni: cercare di entrarci o fare una rivoluzione che cambi radicalmente le regole. Per la seconda ci vorrebbe il consenso della maggioranza dei cittadini, che a me sembra che non ci sia affatto, anche perché gli italiani sono stati per così tanti decenni incantati con ricette utopiche o insurrezionali, da finire per convincersi che la democrazia parlamentare è il meno peggio che ci possa capitare.
Quindi chi sobilla lo scontento e il disprezzo fine a se stesso contro il Parlamento e i parlamentari dovrebbe almeno essere consapevole di dove porti un simile atteggiamento e prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Spiegare cioè ai cittadini quali siano le vere motivazioni del suo predicare: vendere molti libri? Favorire un’insurrezione di massa? O candidarsi alle prossime elezioni per finire a far parte - finalmente! - dell’odiata casta dei privilegiati? Chi fa politica sul serio non può non essere invece consapevole che in Italia ci sono problemi serissimi, che rischiano di portare al collasso l’intero sistema-Paese e che non è certo togliendo ai parlamentari un taglio di capelli che sarà possibile scongiurarlo.

giovedì 18 ottobre 2007

Dall'autunno a primavera (di Marcello De Angelis)

di Marcello De Angelis
AREA - Mensile della Destra Sociale - Ottobre 2007



Dal primo giorno di questa legislatura è partito una sorta di gioco sul quanto sarebbe durato il governo in carica. La suggestione immediata della sua fragilità ha creato aspettative di rivalsa fortemente sostenute da continui annunci, da parte della stampa, di ribaltoni, crolli o spallate.
Poi ci si è messa anche la cosiddetta antipolitica: campagne più o meno orchestrate di delegittimazione del Parlamento o del ceto politico in generale, colpevole di guadagnare troppo, di avere troppi privilegi, di prendere la pensione troppo presto, di lavorare poco e male, di essere disonesto o quasi criminale e via dicendo senza freni ed inibizioni e senza nemmeno a volte la pretesa di attenersi a fatti reali o riscontrabili.

Dinanzi a questa valanga di attacchi, la politica è rimasta pressoché inerme e rassegnata al patibolo, tanto che i più avveduti hanno preferito, o almeno tentato, di seguire la corrente schierandosi dalla parte di chi chiede a gran voce la ghigliottina, nella speranza di prendere le distanze dai propri colleghi e risparmiarsi l’esecuzione.Ma al continuo auspicio di un rapido crollo del governo, che lasciava trapelare almeno una speranza illusoria che il prossimo potesse essere meglio, si è sostituito un cupo annuncio di un crollo totale del sistema senza alcuna indicazione di quale potrebbe essere un futuro migliore.

Una volta creata l’illusione che l’opposizione, contro ogni logica ed in particolare quella dei numeri, potesse dare una “spallata” alla maggioranza e far cadere il governo, le stesse prestigiose penne che scrivono sulle prestigiose testate hanno fatto a gara a trovare le spiegazioni più forti del perché questo non accadesse.
Così si è fatta strada l’ennesima straordinaria superstizione che vedrebbe tutti i neoletti uniti in una cospirazione finalizzata a far durare questa legislatura il tempo necessario per maturare il minimo della pensione. Così, in questo straordinario campionario di arguzie, i neoeletti del centrodestra sarebbero tutti traditori e mercenari, impegnati a sostenere il governo nemico per la prospettiva di aggiungere trenta denari al proprio budget mensile, una volta raggiunta l’età pensionabile.

Vale la pena di chiarire almeno un punto e cioè che, in base alle regole della nostra democrazia, solo la maggioranza può far cadere la maggioranza.
Per fare un governo ci vuole almeno la metà più uno dei parlamentari che lo sostengano; se si ha la metà meno uno si è minoranza e si sta all’opposizione.
Questo solo perché si capisca che il governo Prodi lo possono far cadere solo i partiti che lo sostengono, privandolo del sostegno.

Potrebbe farlo la sinistra radicale, certo, e tutti gli analisti più astuti ne parlano da tempo. Il governo Prodi non soddisfa in nulla le aspettative degli elettori comunisti né dei loro rappresentanti, potrebbero quindi staccarsi da Prodi per non perdere tutto il consenso. Ma per andare dove? Con la certezza confermata quotidianamente dai sondaggi che, in caso di elezioni anticipate, il centrodestra avrebbe la maggioranza, far cadere il governo Prodi significherebbe condannarsi ad anni di dura opposizione nella speranza di un lungo lavoro di recupero degli elettori delusi.
La situazione è ben diversa per gli alleati centristi o non-deologici come Mastella, Di Pietro e Dini. Questi potrebbero trovare una collocazione sia da una parte che dall’altra dello schieramento e giustificare col proprio elettorato scelte alternative. Allora perché non lo fanno? Forse stanno aspettando il momento opportuno. Intanto criticano il proprio governo dall’interno, prendendo le distanze. La responsabilità della tenuta del governo oggi è principalmente loro. Tutto il resto sono leggende imbecilli e strumentali per gettare fumo negli occhi agli italiani, oggi più che mai pronti a cadere vittime di ogni truffatore e grillo parlante.

Ma bisogna, malgrado tutto, continuare ad avere fiducia nel popolo, perché la politica muore non già quando il popolo smette di credere nella politica, ma bensì quando chi fa politica perde la fiducia e ritiene che per la propria gente non valga più la pena di battersi o buttare il tempo nel tentativo di aprirgli gli occhi. I veri nemici del popolo e della politica sono i demagoghi, quelli che in ogni occasione dicono alla gente quel che vuole sentirsi dire, per restare sempre a galla e farsi poi gli affari propri senza bisogno di rendere conto a nessuno.
E noi vogliamo credere che questo momento di follia collettiva, indotto da untori che avvelenano i pozzi delle coscienze e fanno perdere la vista a molti, stia per finire.

Questo governo può davvero cadere. Le cose potrebbero subire un’accelerazione se verrà approvata una nuova legge elettorale, come tutti promettono e come anche il presidente della Repubblica chiede a gran voce. Anche se Prodi afferma che questo non porterebbe tecnicamente ad elezioni anticipate, è chiaro a tutti che sarebbe difficile tenere in carica un Parlamento espresso da una legge elettorale che sia stata soppressa, smentita ed emendata. Molti ipotizzano che questo potrebbe accadere in primavera, perché altrimenti si rischierebbe di finire nei tempi maturi per lo svolgimento del referendum di riforma elettorale e farsi cambiare le regole dalla “gente comune” sarebbe per il Parlamento una delegittimazione ancora maggiore.
Quindi, forse, la prova d’esame non è poi così lontana e ognuno raccoglierà ciò che ha seminato.
Quello che faremo allora in questi tre mesi sarà la semina di ciò che raccoglieremo a giugno. Se avremo lavorato bene forse Prodi non ci sarà più e, se saremo in grado, forse daremo all’Italia qualcosa di meglio.

Sempre se ce lo saremo meritato e se i nemici fortissimi della politica non saranno già riusciti ad immettere sul mercato un nuovo prodotto, artificiale e abbacinante, che avrà risolto tutti i nostri problemi, sostituendoci con una nuova tecnocrazia alla moda che non avrà nulla per cui farsi criticare. Eccetto forse la fine dei sogni e dei grandi racconti. Ma a quello penserà la televisione.

sabato 1 settembre 2007

Io voto Ataturk (di Marcello De Angelis)

di Marcello De Angelis
AREA - Mensile della Destra Sociale - Settembre 2007

Fonte: www.area-online.it

In occasione dell’elezione del presidente turco mi trovavo in Turchia. Affascinante leggere le cronache dei medesimi eventi sulla stampa estera - la nostra - e quella turca, ovviamente in lingua inglese, di governo come di opposizione. Ti dà davvero il senso di quanto il mondo non sia affatto un tutt’uno, bensì un difficile coabitare di mondi diversi. La prima cosa che accade trovandosi in Turchia di questi tempi è che i tuoi compagni di viaggio, o occasionali conoscenti, ti chiedano se secondo te la Turchia dovrebbe entrare in Europa o no. Effettivamente se ti trovi ad Istanbul è difficile rispondere di no perché, come usa dire un noto viaggiatore, «sembra la Parigi degli anni Sessanta, ma più pulita e con meno arabi». E già, perché guai a confondere turchi ed arabi, si rischia giustamente il linciaggio.
La maggior parte di quelli che te lo chiedono, comunque, ritengono che la Turchia sia già Europa, perché quello che vedono intorno a sé nelle località turistiche - vedi Bodrum o Marmaris - è uguale, ma molto meglio, di quello che vedono a Torremolinos o in molte località turistiche del Mediterraneo “cristiano”: ragazzi abbronzati coi capelli ingelatinati, belle ragazze in abiti discinti che si esibiscono in spiaggia o in discoteca e poi bar, pub, vinerie e negozi di abbigliamento con le firme che vanno per la maggiore. I più perplessi ti fanno però notare che la Turchia dell’entroterra è un’altra cosa, piena di donne intabarrate e col partito islamico che raggiunge consensi quasi unanimi.
Diventa indispensabile parlare con gli indigeni per capire la visione della politica che hanno loro.
Sono su una barca e chiacchiero con lo skipper. Gli offro da bere e lui declina. Allora chiedo se è mussulmano (domanda sciocca, perché si chiama Mehmet, ma il fatto è che sembra un nordeuropeo e a confronto io sembro un saraceno). Ovviamente risponde che lo è, ma “moderno”. Significa che va in moschea solo per particolari celebrazioni e qualche volta, per esempio se c’è una una festa, va al bar a bere con gli amici. Laico dunque. Chiedo se ha votato per Erdogan. No, risponde, ma ora pensa che il suo governo «farà bene». Non so perché ma, per scherzare, faccio il segno del lupo con la mano e accenno un ululato. Lui sorride entusiasta e ricambia. «Hai votato per i lupi grigi?» chiedo. No, ma per un’altro partito vicino che ha un nome tipo “I figli della madre patria”. Quindi è di destra. Non proprio, perché qui i nazionalisti sono di centrosinistra. Come sarebbe? E sì, perché la divisione in Turchia è tra confessionali e laici, non tra destra e sinistra. E i comunisti? Sono curdi… Va bene… e i socialisti allora? Sono nazionalisti, ci spiega il vecchio Omer, amico di Craxi ma anche di Pertini ed ex console onorario dell’Italia. Omer come Omar? Nossignore, Omer come Omero, non siamo mica arabi. Lo dice anche Mehmet. Gli arabi non gli piacciono, sono fanatici e poi navigando ha visitato i Paesi degli arabi e li trova sporchi e disordinati, non seguono le regole e fanno chiasso. Sembra di sentire uno della Lega che parla dei “terroni”. Noi siamo i discendenti di Afrodite, dice Omer, siamo mussulmani, certo, ma Dio è uno solo e non c’è altro Dio al di fuori di Dio. Intende dire che è lo stesso anche per noi… E il partito islamico allora? Omer assicura che sono come i nostri vecchi democristiani, conservatori e bacchettoni ma pragmatici e non più integralisti di quanto lo fossero Forlani e De Mita con il cattolicesimo. Dei democratici baciapile, insomma, che prendono i voti dalle vecchie di paese che girano col fazzoletto in testa e sgranano il rosario. Girando per i negozi è inevitabile notare che in ognuno spicca qualche foto gigante di Ataturk, specie in quelli tenuti da giovani e giovanissimi. Mustafa Kemal, il Padre della Patria, quasi sempre in smoking e bello come un attore degli anni Trenta, con gli occhi chiarissimi e con la sigaretta in mano. O con un bicchiere di anice, come ci fa notare un giovane barbiere strizzando l’occhio, a dire che non era certo un integralista. Al contrario, qui la Costituzione vieta le commistioni tra Fede e politica. Il capo del partito islamico è interdetto dai pubblici uffici perché ha citato un versetto del Corano durante un comizio. La Costituzione assegna all’esercito la funzione di vigilare sulla laicità della Stato e gli consente un bel colpo di Stato ogni qualvolta ci sia pericolo che la politica si allontani da questi dettami. E quando accade sono gli intellettuali “di sinistra” che invocano l’intervento armato dei generali golpisti… Ma è logico? Certo, assicura Omer, la religione è una cosa preziosa che attiene alla sfera personale, ma c’è una cosa più grande, più importante e più preziosa di qualsiasi altra e che sublima qualsiasi differenza di credo e di opinione: essere Turchi. Si può rinunciare a qualsiasi cosa e ogni cosa può essere discussa, mediata e moderata, solo una cosa è sacra oltre qualsiasi altra: l’amore per la Nazione. Dio è sopra ogni cosa, ma al di sopra della religione c’è solo la Patria e se si è costretti a scegliere…
Per noi sembra tutto un po’ sottosopra ma no, forse siamo noi che leggiamo la politica di tutto il mondo con una lente deformante. Ricordo di aver chiesto ad un palestinese a quale partito appartenesse, visto che l’Olp non era un’organizzazione unitaria ma un vero e proprio parlamento in esilio. Anche il suo movimento aveva un nome suggestivo: “Gli amanti della Patria”. Bello, di destra o di sinistra? Da noi non ci sono la destra e la sinistra, mi disse, sono categorie che avete solo voi in Europa, da noi i distinguo sono altri: ci sono gli amanti della Patria o i traditori della Patria. Tutto il resto sono parole.
La Turchia in Europa? Forse è troppo presto. Non per la religione, ma ci sono problemi economici e di politica internazionale che vanno ben studiati. Ma dire un no secco sarebbe avventato. Anche in questo la proposta di Sarkozy sembra la più assennata: più che un’adesione, meglio l’associazione. Ma studiamoli bene: forse anche da loro abbiamo qualcosa da imparare.